Questo mi serve non lo butto
Mercoledí, 03 Aprile 2013

 

La disposofobia è nota anche come “sindrome di Collyer”, in ricordo di due eccentrici fratelli statunitensi nati alla fine dell’800 noti per la loro natura ossessivo-compulsiva.

 

Gli inglesi la chiamano compulsive hoarding, sarebbe a dire “accumulo compulsivo”, in Italia ha il nome di disposofobia o anche “sindrome della soffitta piena”. Si tratta di un disturbo patologico ossessivo che costringe chi ne è vittima ad accumulare irresistibilmente oggetti di ogni tipo – utili e non – fino a che questa raccolta di “beni” arriva a invadere letteralmente la casa e impedire la circolazione fra le quattro pareti domestiche.

 

Questa condotta interferisce e provoca ostacoli e danni significativi alle fondamentali attività quotidiane quali muoversi, cucinare, fare le pulizie, lavarsi e dormire. Gli spazi della casa perdono il loro originario utilizzo e vengono letteralmente invasi da ogni tipo di oggetti.

 

I contatti sociali vengono ridotti o perduti e chi soffre di questo disturbo si ritrova in un isolamento sociale in balia di oggetti-tesoro incapace di dare ordine anche alla quotidianità.

Nelle sue forme peggiori, l’accumulo compulsivo può causare incendi, condizioni di scarsa igiene (ad esempio, infestazioni di topi o scarafaggi), lesioni inciampando nel disordine e altri rischi per la salute e la sicurezza.

 

Secondo lo psicologo Randy Frost, uno dei maggiori esperti di questo problema, la tendenza a mettere da parte diventa patologica quando le masse di oggetti inutili rendono inabitabili intere aree della casa, o comunque compromettono fortemente la vita degli individui interessati.

 

Il dato sorprendente che emerge dagli studi di Frost è che le persone la cui abitazione è spesso in preda al caos più totale sono spesso dei perfezionisti. Frost ha scoperto che gli “accumulatori” compulsivi sono estremamente coinvolti nei confronti degli oggetti che possiedono al punto di essere percepiti come parte della propria persona e della propria storia. Le persone affette da disposofobia sembrano assegnare a un gran numero di oggetti un valore sentimentale o un’utilità futura che non gli permette di liberarsene.

 

Secondo il Modello Cognitivo-Comportamentale proposto da Frost il Collezionismo deriverebbe da specifici deficit cognitivi che riguardano :

 

• processi di elaborazione dell’informazione

• credenze relative all’attaccamento affettivo verso gli oggetti

• comportamenti di evitamento e disagio emotive

 

Gli hoarders, a differenza di altri soggetti con altri disturbi, hanno maggiori difficoltà nei compiti di attenzione (soprattutto focalizzata), di memoria e di classificazione; motivo per cui si distraggono molto facilmente durante il trattamento psicoterapeutico.

 

Il forte attaccamento affettivo è associato alla credenza che gli oggetti posseduti siano indispensabili per non dimenticare importanti eventi di vita.

Ogni qualvolta ci si trova davanti ad un oggetto si assiste al forte bisogno di conservarlo in modo tale da evitare quel senso di malessere psicologico che ne deriverebbe qualora ciò non fosse possibile.

 

Per quanto riguarda il trattamento si è visto che i farmaci inibitori della ricaptazione della serotonina e la psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, pur rivelandosi efficaci in soggetti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) che non presentano sintomi di Hoarding, non si sono rivelati altrettanto efficaci negli hoarders proprio a causa dei deficit cognitivi che in questi soggetti sono più marcati.

 

Tuttavia, poiché gli hoarders hanno una scarsa consapevolezza della propria situazione che implica una bassa motivazione a farsi aiutare, alcuni specifici trattamenti cognitivo-comportamentali ( come ad esempio, le tecniche di Miller e Rollinick ) si sono rivelati efficaci in quanto si focalizzano soprattutto sull’aspetto motivazionale.
Tutt’altro che chiara è la sua possibile collocazione nosografica.

 

Tra i disturbi maggiormente associati all’Hoarding troviamo il DOC e il Disturbo del Controllo degli Impulsi (DCI) in quanto pur condividendo con il DCI la natura egosintonica ( a differenza del DOC ), dal punto di vista neurobiologico, se ne differenzia: se soggetti con DCI presentano lesioni frontali a livello ventromediale, gli hoarders e soggetti con DOC presentano lesioni a livello orbitofrontale.

 

Poiché le ossessioni e le compulsioni del DOC sono meccanismi strettamente interconnessi ma separati e poiché diversi ricercatori sono giunti alla conclusione che il DOC è un ampio spettro che racchiude diversi suoi sottotipi, l’Hoarding potrebbe essere collocato all’interno della sotto-categoria “lentezza ossessiva primaria” proposta da Rasmussen ed Eisen in quanto l’ Hoarding, più che essere caratterizzato dalla presenza di compulsioni aventi lo scopo di inibire pensieri sentiti come invadenti, è caratterizzato da un ‘ estrema insicurezza e indecisione.

 

Dr. Stefano Burelli

 

Bibliografia

A cognitive-behavioral model of compulsive hoarding. Randy O Frost & Tamara L Hartl. Behaviour Research and Therapy. 1996

Hoarding; compulsive buying and reasons for saving Randy O Frost; Kim H-J; Bloss C; Murray-Close M & Gail Steketee Behaviour Research and Therapy. 1995.

Hoarding as a psychiatric symptom D Greenberg; E Witztum; A Levy. Journal of Clinical Psychiatry. 1990.

An open trial of cognitive-behavioural therapy for compulsive hoarding. David F Tolin; Randy O Frost; & Gail Skeketee. Behaviour Research and Therapy 2007

The economic and social burden of compulsive hoarding. David F Tolin; Randy O Frost;; Gail Skeketee; Gray KD; Fitch KE. Psychiatry Research 2008

Randy Frost, Gail Steketee; Stuff: Compulsive Hoarding and the Meaning of Things. Mariner Books. January 2011

Mercoledí, 23 Marzo 2016
Lunedí, 14 Marzo 2016
Lunedí, 07 Marzo 2016
Mercoledí, 24 Febbraio 2016
Giovedí, 11 Febbraio 2016
Lunedí, 08 Febbraio 2016
Giovedí, 28 Gennaio 2016
Martedí, 20 Agosto 2013
Martedí, 11 Giugno 2013
Mercoledí, 27 Febbraio 2013
Martedí, 19 Febbraio 2013